La storia di Angelo Avagliano

angelo-avagliano-impatto-ecosostenibile-2Agli inizi degli anni 80’ eravamo un gruppo di amici che ci piaceva andare in giro per le montagne. Pian piano dalle
montagne la nostra attenzione si sposto alle campagne e iniziammo a progettare un insediamento collettivo in qualche zona del Cilento interno.
In quel momento storico sociale molto effervescente, caratterizzato da tante speranze nel nostro gruppo iniziamo coltivare il sogno di stabilirci in una stessa zona con l’intento di aiutarci vicendevolmente ispirando le nostre azioni a valori di solidarietà. Sembrava che da un momento all’altro tutto ciò dovesse accadere,ma, purtroppo nella società molte erano le spinte disgregatrici che iniziarono a lavorare in direzione contraria al nostro progetto di condivisione di vite.
Molti amici si sistemarono chi trovando lavoro, chi sposandosi e facendo famiglia, chi alla ricerca di una facile risoluzione dei problemi esistenziali nei paradisi artificiali e chi cedendo alle tentazioni del rampantismo incipiente inizio una carriera politica che lo doveva portare ad allontanarsi dai principi che erano propri di una generazione che pensava che un bene era tale quando era condiviso. A perseverare in questa ricerca rimanemmo io e Stella la compagna di quel tempo. Alla fine di lunghe peregrinazioni in lungo e in largo per il Cilento appuntammo la nostra attenzione su Pruno.
La Valle era ancora integra da un punto di vista naturalistico dovuto al fatto che solo da poco tempo il suo secolare isolamento era stato violato dalla costruzione della strada asfaltata. La zona era molto ricca d’acqua molti terreni erano in colti i boschi avanzavano e c’erano ancora tanta brava gente, contadini e pastori del profondo Sud, e cosa non meno importante, per le nostre magre risorse economiche le terre costavano relativamente poco. Molti campi erano ancora coltivati a grano e il paesaggio era particolare perche notai subito la notevole altezza degli steli del cereale che denotavano un notevole accestimento che caratterizzava la percezione cromatica e del volume vegetale che ondeggiava non appena spirava un alito di vento; era la Carusella di Pruno un grano antico sopravissuto alle manipolazioni genetiche. Acquistammo il terreno e iniziammo da subito a fare i primi interventi di restauro e conservazione di un casalino che per noi era un reperto di archeologia rurale. Nei periodi che man mano iniziavo a rosicchiare al lavoro che ancora sostenevo a Salerno in un Bar ereditato dai miei genitori e che era stato trasformato in Tisaneria e rivendita di prodotti biologici venivo a Pruno per proseguire i lavori di ristrutturazione casa. Tutto ciò era ispirato all’adesione ai principi della bioarchitettura ed era caratterizzato dall’utilizzo di materiali locali come era in uso nella zona e riciclando tra l’altro molti di essi.
Nel momento in cui, con la costruzione di una “pischera”, installazione di due serbatoio per l’accumulo di acqua che riuscii a convogliare alla “tempa del fico” tramite la posa in opera di tre Km trecento metri di tubo in polietilene, insieme a Carmelo Roberto mio amico e vicino capii che era maturo il tempo di trasferirmi definitivamente a Pruno. Era Maggio del 1992 ed organizzammo una grande festa dell’acqua, che era arrivata magicamente a dare vita alla “tempa del Fico”. Iniziai a coltivare l’orto ispirandomi ai principi della biodinamica e contemporaneamente a seminare il grano Carosella.

Insieme al cereale iniziai a spargere i semi di un grande, profondo e paziente intreccio e tessitura di rapporti con le forze del posto. Pian piano e con molta umiltà cercai il modo più significativo per entrare in relazione con il mondo arcaico dei contadini e pastori di Pruno che sono stati e sono i miei generosi, ma anche e severi ed esigenti maestri di vita. Essi con la loro dura semplice esperienze quotidiane hanno comunicato tante informazioni di carattere pratico e una serie di valori umani che hanno ispirato in me una miriade di riflessioni e considerazioni basate e confortate dalla condivisione delle gioie e delle difficoltà dei momenti di festa e di lavoro legate alle attività agro-silvopastorale. Nel 1999 si trovo a passare alla “tempa del fico” Prof. Pasquale Persico economista illuminato che era stato incaricato dall’ente parco della stesura del piano dello sviluppo socio economico.
Egli percorse in lungo e in largo l’intero Cilento, in cerca dei probabili”attori di sviluppo locale”. In sua compagnia c’era Ugo Marano, eclettico artista contemporaneo che riusciva a cogliere il genus loci con le sue intuizioni visionarie. Si accorsero ben presto, con sommo piacere dell’importanza di essere “arrivati tardi”; questa condizione fu presto riconosciuta imprescindibile e propedeutica ad un percorso di avvicinamento della realtà Pruno alla contemporaneità senza la zavorra di irrilevanti operazioni istituzionale e socio economiche precedenti. Discutemmo a lungo sotto la serra veranda illuminati e confortati dalla presenza di “pianificatori di sviluppo eco sostenibili” così come si definivano il geologo esperto del paesaggio il veterinario ornitologo competente nella gestione della fauna selvatica e il naturalista che metteva la sua conoscenza e i primi sistemi di indagini a monitoraggio satellitare del territorio.
Nel congedarci alla fine di un lauto pranzo decidemmo che io umile “contadino contemporaneo” avrei dovuto delineare e mettere su carta un percorso di sviluppo eco-sostenibile che riguardasse il probabile sviluppo della valle.
Una breve relazione fu pronta in breve tempo anche perché mi avvalsi delle competenze di Gerarda Grippo, giovane ricercatrice di Rofrano da poco laureata in economia Politica che era stata costretta trasferirsi altrove alimentando l’emorragia di saperi e intelligenza Cilentana costretta ad una emigrazione intellettuale che ancora caratterizza e condiziona l’evoluzione culturale della zona.(vedi allegato)
Una lunga gestazione di sogni, ideali, azioni concrete e mediazioni culturali aveva dato alla luce ad un embrione di “progettazione partecipata”. Essa dava alle persone del posto la possibilità di poter decidere e programmare le linee guide del proprio futuro,confortate sopportate in questo dalle competenze di tecnici-umanistici che in primo luogo hanno amato il Cilento e anche l’umiltà e la lungimiranza di riconoscere e fare esprimere i desideri e le sapienze locali, questa operazione poneva le basi e garantiva le attivazioni di un modello di sviluppo locale che tenesse conto di fattori endogeni propositivi e propulsivi.

Il risultato di questo incontro fu la stesura di una prima bozza della Valle degli Asini .Questo percorso progettuale muoveva i primi passi ispirandosi alla lentezza e sicurezza dell’incedere del “Ciuccio”, vero maestro e ingegnere naturalista che per lunghi secoli a tracciato i sentieri di collegamento degli ambenti naturali, che hanno permesso gli intrecci di rapporti umani sia simbolicamente che materialmente.
Si ricordi a questo proposito che la maggior parte delle attuali via della comunicazione sono state sviluppate sulle tracce delle antiche mulattiere, che sono state aperte dai ciucci che lasciati liberi di esprimersi trovavano sempre il percorso più sicuro e meno accidentato garantendo, in ambienti spesso ostili, uno spostamento e il trasporto di beni materiali e di persone, con i loro carichi culturali. Questi momenti erano legati al baratto, e allo a scambio di prodotti che erano espressioni della conoscenza della sapienza manuale e della ingegnosa e laboriosa popolazione del Cilento.
Fu in quel momento che inizia concepire le strategie comunicative che la cultura legata ad un utilizzo contemporaneo del ciuccio poteva metterci a disposizione ( allegato Progetto stalla asini).
Con il prof. Pasquale Persico pensammo ad una liberazione dei ciucci nella valle, come provocazione concettuale per vedere con il manifestarsi di una tale azione provocatoria e “sovversiva” quale circuito socio economico potesse innestarsi e che tipo d’interesse culturale avrebbe sollecitato nei confronti del sistema valle.
A sostegno di tale operazione nel 2001 in occasione della festa di Sant’Elena del 29 Giugno organizzai la prima edizione della festa popolare “attacca u padrone addovole u ciuccio”. Si intendeva ribaltare il vecchio proverbio che formulava “attacca u ciuccio a ddovole u padrone” ed in maniera simbolica rivalutare e dare nuova dignità alla cultura contadina da sempre assimilata e vissuta come subalterna alla cultura urbana( i contadini faticavano come i ciucci).(allegare manifestino).
In quella occasione fu inaugurato un ponte per pruno che collegava i due versanti della valle sotto l’edificio ex scuola a cui si legano i più cari ricordi di tutti i bambini che sono nati e cresciuti a Pruno.
Si recuperò la tradizione della “fanoia” rituale legato al culto di Sant’Elena e ancora prima rito propiziatorio che si inscrive nella grande famiglia dei fuochi sacri della notte di San Giovanni.Questa tradizione di accensione di fuochi sacri era legata ai riti propiziatori tende a sottolineare il raggiungimento della massima altezza del sole all’orizzonte che irradiava il suo luce il suo calore e permetteva la maturazione delle messe.
L’ex scuola venne riaperta e Catarina libera,”la ciuccia d’oro” salì in cattedra e inizio a ragliare…rivolgendosi a Pruno e alle istituzioni locali…

E tutto questo pensai di affiancare il recupero e la valorizzazione della carosella (vedi allegato Scheda Carosella).
Dal punto vista pratico inizia a prevedere un sistema produttivo che comprendesse la possibilità di coltivare il grano la sua molitura e la trasformazione dei suoi derivati sul posto. Tutto questo permetteva di chiudere una filiera produttiva autonoma, che avesse anche la peculiarità, in ogni fase della sua attuazione di offrire una possibilità attrattiva non solo economica ma anche di comunicazione colturale e culturale. Queste considerazioni mi spinsero a pensare all’istallazione di un mulino a pietra che potesse essere necessario corollario al discorso di valorizzazione del cereale indigeno. Questo piccolo ma efficace impianto di molitura per cereali costa i tre principali apparati meccanici: 1) lo svecciatore per la vagliatura e pulizia dei semi. 2) Il mulino con pietre da macina. 3) Il separatore o Buratto che da la possibilità di selezionare la uranometria e di separare le varie parti del chicco di grano. Questo impianto si caratterizza per la facilità dell’ istallazione, essendo la dislocazione di tutti i macchinari ad estensione orizzontali, per il ridotto ingombro nella collocazione spaziale, l’economicità della gestione è soprattutto e la qualità finale del prodotto. Infatti la farina e gli altri derivati che si ottengono da questo processo di lento e dolce macinazione si caratterizza per una elevata qualità in quanto la peculiarità di questo tipo di molitura riduce al minimo i danni e il degrado cui vanno incontro i cereali nell’ossidazione violenta, a cui sono sottoposta nei casi di lavorazione di tipo industriale. A tutto questo si affianca il recupero della abbandonata ex scuola di Pruno, la futura destinazione d’uso questo edificio dovrebbe essere deputato a costituire una sorta di centro d’accoglienza della valle dei viaggiatori “che intendono fermarsi e soggiornare a Pruno. In questo posto si troveranno tutte le informazioni inerenti l’offerta di sevizi, ospitalità rurale, sapori e saperi dell’intera vallata e territori circostanti. Non meno importante funzione che l’ex scuola dovrebbe svolgere è quella di sede delle attività sociali della popolazione di Pruno, con funzione catalizzatrice nei momenti culturali e pratici della vita di una comunità contemporanea di pastori e contadini del Cilento. A questo proposito vorrei delineare, quello che per me dovrebbe essere la figura di un contadino e pastore contemporaneo. Non un imprenditore della terra che è una figura della categoria economica ma una figura asociale che affonda le sue radici nella tradizione con la consapevolezza di doversi confrontare con i processi contemporanei della globalizzazione.
In virtù di ciò il contadino contemporaneo ha la capacità di adeguare le proprie azioni in direzione di una specializzazione, caratterizzazione, elastica diversificazione delle proprie attività, al proverbio Cilentano “aciana aciana se face la macena” questi acini potrebbero essere rappresentati da attività di tipo colturali, culturali, didattiche, escursionistiche, artigianali ed ospitalità rurale. A tale proposito nel progetto è stato previsto il recupero di una decina di manufatti tradizionali con muratura a pietra da rendere fluidici e disponibili per i viaggiatori che intendono fermarsi soggiornare a Pruno per vivere un esperienza di reale vita in campagna e non fruire di una vacanza, ormai alla moda negli agriturismo che rappresentano una edulcorazione dell’esperienza della vita contadina “ quanto mai in campagna ci sono state i parchi giochi e le piscine”.

 

Rosina e la Carosedda – La storia del grano raccontata da Angelo Avagliano

Si illuminarono, poi, gli scanni rossi e la costa r s. Lena.Le pietre bianche del ruttuno e la tempa r’la fico.
Nello stesso momento il frauluso lanciava il suo flautato richiamo d’amore, ritto sul posatoio nei pressi dell’ omonima ancestrale grotta.
Fu proprio in quel momento che arrivò tutta affannata e scarmigliata la sorella “zeca” r’zii Peppe.
Era rossa in viso perché se l’era fatta di corsa da pretajonda fino a lu Feo. Veniva in cerca d’aiuto perché si era “ingravata la cioccia” e non riuscivano a farla uscire dallo “sdirrupo”.
E questo non era tutto !
La Cioccia stava per partorire e si era” zoverlata” proprio perché era pesante ed aveva perso l’equilibrio. Zii Peppo e Zii Angelo erano molto amici, e per questo, in una simile occasione zii Peppe l’aveva mandato a chiamare, anche perché zii Angelo era famoso per la sua forza: infatti, sollevava e trasportava due quintali di grano (uno per lato), e a zii Peppe serviva un valido aiuto per imbracare la cioccia e tirarla fuori senza danno dal fosso in cui era caduta. Zii Angelo non se lo fece dire due volte e prendendo il “carraro pe m’pere a lu iume”, attraversò l’acqua tumultuosa e passando per le scaledde acchianò per la collina e attraversò il chiano dei vaccari, si diresse verso pretajonda.
Intanto per zii peppo si era fermato il tempo. Non riusciva a sospirare e un pò imprecava con se stesso contro la mala sorte svinturata , che, in un momento solo, rischiava di sottrare Rosina e la staccaredda che doveva nascere, dopo un lungo anno di attesa da quanto aveva portato la cioccia che ammagliava, a farla zombare dal ciuccio maschio.
Stava accuculiato vicino a Rusina e cercava di calmarla con voce suodente e carezze sulle orecchie e in mezzo alla testa . La ciuccia ogni tanto tentava di rialzarsi, ma così facendo non faceva altro che peggiorare la situazione. A un tratto, girando la testa all’indietro e roteando gli occhi, inizio ad emettere un raglio acuto e penetrante. A zi Peppe gli si gelo il sangue nelle vene, al pensiero che la sua Rosina potesse lasciarla per sempre.
In un attimo, vi si affollarono alla mente tanti pensieri e tanti ricordi. Erano molti gli anni e le avventure che avevano passato insieme lui e Rosina. il primo pensiero che gli venne in mente fu per la disgrazia che si abbatteva sulla sua famiglia.
la ciuccia partecipava a pieno titolo al sostentamento della stessa. Si ricordo subito di come Rosina era stata indispensabile al momento della mietitura del grano, e ,di come ancora prima, al momento di portare il fumiere sul terreno, prima dell’aratura con i buoi “vuoi calavresi” per la semina . Ricordo di come, dopo aver “Sterrato il craparizzo” aveva caricato di “fumiera le cofane ai lati della cioccia”, e come Rosina l’avesse trasportato e scaricato, aprendo lu culo della cofana , sul campo dove poi era cresciuta rigogliosa la carosedda.
Pensava alla fatica delle delle donne che avevano “zappuliato” e che avevano “acauzate” le chiantullele con la “zappedda” fatta dai forgiari di Alfano. Le Stesse donne, sua madre le sue sorelle, la moglie, che, cantando canzoni d’amore e di disdegno, “munnavano” il grano, antico metodo manuale di contenimento delle erbe selvatiche. E finalmente le spighe si erano riempite e il grano siera indorato. Ancora una volta si era ripetuto il miracolo del seme che si moltiplicava e dava da mangiare all’uomo.
Pensava alla mietitura alle cantate alla cilentana, e rivedeva l’antico movimento sincronizzato che gli uomini facevano attirando a se dalla falce, nell’atto di recidere lo stelo del grano dopo aver infilato le” cannedde” e lo “iritale”. Ed ecco le prime iermete (fasci di grano) legate con gli stessi steli del grano con un movimento particolare. Operazione questa, che si poteva fare solo nelle prime ore del mattino, la sera dopo il tramondo con la luce della luna quanto c’era “l’acquazza” e i lunghi steli della carosedda si piegavano senza spezzarsi. Sei o otto “iermete” legate insieme con lo stesso sitema facevano una “gregna”.
Man mano, le gregne si portavano in un posto e tutte messe in piedi, sempre in numero disparo da 15 a 21 e formavano la “vurredda” ( quella da 15 aveva la base sa 5 poi 4, 2, 1 , quella da 21, aveva la base di 6 poi 5, 4, 3, 2, 1).
A quel punto appariva Rosina bardata con una sedda Rofranese con i cancieddi laterali. La sedda, era fatta di legno di gelso bianco era scelto gia curvato, in modo naturale scelto per non spezza con un taglio le venature del legno che era molto resistente all’acqua. Per costruire la sedda si utilizzava anche l’acero, l’olmo e l’orniello. Il legno da utilizzare si curava ” sotto il letame o sotto la paglia” per non fargli prendere il vento e quindi spaccarsi. Famosi Mmastari della zona era la famiglia castrllo di Sanza. Mentre le sedde con i cancieddi erano fatti dai Saggiomi di Rofrano. A Laurino c’era Tommaso Mautone che conciava le pelli con la mortella e la corteccia di Quercia da cui ricavava il “tannino”, elemento essenziale del procedimento conciario. Queste pelli erano utilizzate da “Iase r’spizzio” che faceca tutti i “varnimieddi” per ciucci e muli nella sua poteca artigianale sotto la chiesa di S. Maria a la Chiazza nei pressi del teatro.
Tagliava tutte le “cegne” : il sotto panza che si attacca da sotto la corda , passa sotto la pancia e si stringe sotto la fibbia, alcuni facevano il sotto panza di lino o con strisce di sacchi di canapa tagliati e cuciti, perché dicevano che le sotta (pelle di bufale conciate) strecavano e piagavano il ventre del ciuccio. Lo “stracuale” che cingeva il deretano del ciuccio sotto la coda rappresentava l’imbracatura di dietro. “Il nnanti pietto” che andava dalla corda avanti al petto ed era stretto al masto con una fibbia. A richiesta confezionava anche i sacconi che si mettevano sotto i masto ed erano imbottiti di lino grezzo o di “picerno” (erba acquatica a stelo lungo). Altri accessori importanti erano le torzze che erano di 2 metri 2 metri e mezzo. Le funi lunghe anche 10 metri servivano ad assicurare i carico al masto; erano fatti di canapa ma qualcuno , molto pazienzioso le faceva di peli di capre.

La ciuccia si fermava e aspettava pazientemente di essere caricata di “gregne” che dovevano essere portate all’area di trebiatura. Zii Peppe si rivedeva, nel calore di luglio nel momento in cui scaricava le gregne, dopo aver allentato le torze(fune), e le riponeva ben allineate in terra, a formare l’ausieddo (catasta rettangolare di gregne). E in tanto cominciava a disperarsi sempre di più perché ancora non arrivava nessuno a dargli una mano a far alzare Rosina. Rivedeva Rosina che “carriava” le altre gregne dal campo e si rivedeva lui stesso che faceva il pignolo. Si disponevano le gregne circolarmente con l’accortezza di mettere le spighe di grano verso l’interno e con il susseguirsi di striti si arrivava al colmo dove si incuppulava il Pignone con un cappello di paglia di Jurmano o di stelo di grano più lungo, selezionati dalle donne in virtù di questo utilizzo finale di copertura impermiabile del manufatto.
Dopo “appignato” il grano si preparava l’area per la trebiatura.
A Pretajonda l’area si faceva con gli escrementi di Vacca diluiti a crema. Veniva delimitata una superfice circolare su cui venivano pennelate vari strati di questa crema che eccandosi e indurendosi formava il suolo di trebiatura. A questo punto si “incapulavano i Vuoi” con il “giogo” di 10 palmi, che permetteva di girare agevolmente a cerchio. In mezzo al giogo si legava la catena che era lunga da un metro a un metro e mezzo e si regolava mano mano per non far mangiare la paglia. All’estremità della catena si attaccava il “triglio” che era la pietra per pesare e che serviva a “scagnolare” la spiga e separare il seme dalle “glumelle” rivestimento esterno dei chicchi di cereali. L’area di trebbiatura si doveva bagnare ogni sera dopo il lavoro. Il suolo di letame veniva “ioscato”, veniva coperto di “iosca” che era la pagliuzza fina che si ricavava dopo la trebbiatura, per evitare che il disseccamento e la screpolatura del piano di lavoro.
Dove non c’era l’acqua come petrajonda, l’area di trebbiatura si faceva lastricata di pietra , preferibilmente vive calcaree e non morte (arenare) che sferecugliavano facilmente non resistendo all’abrasione.
Ma il luogo designato doveva essere un punto ventoso in quanto questo elemento della natura serviva a separare il grano dalla paglia con un operazione di ventuliamento. Il grano si ventuliava con la forca costruita con legno di fascio (frassino). Si annettava lanciandolo in area con un movimento repentino, sempre contro vento usando una pala quadrata davanti, costruita in legno di faggio. Arrivata la sera se il tempo non prometteva bene e c’era ancora grano da trebbiare, si copriva il tutto con le lenzuola d’aria , tessuto di lino grezzo fermate ai lati dalla “iosca”.
C’era chi, non possedendo animali da traino trebbiava a mano con lo “ssruoto”. Con questo attrezzo rudimentale composto da due mazze di legno (cuvernale-corniolo o scandamano-erica) che si articolavano tra di loro tramite una catena , si “marzuculavano” spighe di grano per favorire la separazione dei semi. Intanto il montone di grano cresceva e zii Peppe riusciva a dare una stima approssimativa della quantità del cereale regolandosi con il metodo del manico delle pala, che si infilava al centro del cumulo dorato. Come unità di misura si usava i palmo e “na chiecatura di ierito”, che corrispondeva ad una sarma di grano. Una sarma di grano corrispondeva a 16 stuppedda. Otto stuppedde formavano “il tomolo”. Quattro stuppedde formavano il “menzetto”. Quattro misure formavano “nu stuppieddo”, ogni misura era di circa due chili.
Queste erano unità volumetriche, che, corrispondevano a contenitori tipo mastelli costruiti in legno. Lo “stuppieddo alla varra(raso)” era sei chilogrammi; lo stuppieddo a colmo o ad “aceno caruto” era di otto chilogrammi.
E quante volte zii Peppe si era fatto e rifatto questi conti; un tomolo (8stuppedde) era circa 50 chili e una salma circa un quintale. Però, quando zii Peppo lo seminava al Feo, questo conto non era pi valido perché, a parità di volume, la carusedda risultava più pesante e da ciò nasceva il detto “grano di preta grano segreto”.
Nella contrada di pruno oltre alla carusedda si seminava: “u Cicirieddo” con spiga grande, acino tondo, puca neoredda, paglia alta che non “si iettava” (grano duro); La “Serpendina” con la puca zeca bianca e spiga ondulata (grano duro); “Curdone” con la spiga a quattro facce con puca; “grano Vietro” che era basso, puca corta, con chicco aperto (grano duro); “Marzuto” che si seminava a marzo dopo il disgeloed era basso con puca rossa ( gano duro); “Cappello e cappellino” con puca, alto come cicirieddo, (grano duro); “Grano Bianco” alto come l’orzo con la puca (grano duro); “Maccarunaro” (grano duro) alto, con spiga grande acino allungato; ” Maionica e Saravodda” (grano duro) con puca e acino lungo.
Grani Teneri: ” Carussedda rossa – Russia” che aveva i “capiddi” corti; ” Quattrociento” che era come il “grano avietto” primitivo; ” Ramato” con la spiga verde – blu senza puca; “Granuorio” alto come l’orzo con 4-5 acini per spiga; ” Maionica” bianco e peloso capiddi corti alto come carusedda; ” Peteniedda” che era un tipo di carusedda che si coltivava per la tempa r’ lu purco; “Risciola” grano tenero con cui veniva bene anche la pasta.
Tornando con il pensiero all’area di trebbiatura, la paglia rimasta veniva caricata ai lati di Rosina in apposite cofane, o se erano disponibili lenziole d’aria venivano portate alla pagliera. Quando la pagliera era piena di “riglia” ( insieme della paglia) ed il grano, dopo essere stato misurato, era riposto nei cascioni di faggio o di castagno con le fronne di noci in mezzo per non farlo attacare dalle farfallina (podulecchie), tutti tiravano un sospiro di sollievo. Per un altro anno si poteva sfamare la famiglia, si poteva fare il pane ei fusiddi……..
Cadeva la tensione ancestrale del momento della raccolta del seme-alimento e tutti si rilassavano compresa Rosina che veniva lasciata libera di pascolava i “restuccio” del grano dopo che le donne avevano “spigolato” il campo. La ciuccia si “Scialava” con tutta quella paglia e qualche chicco di grano che sfuggiva alle mani e agli occhi delle bambine che facevano l’ultima “passata” nel campo. La facevano per bene, perché, i genitori li invogliavano dicendo che più spighe trovavano e più “cuonzi” potevano avere in cambio quando passava il “cunzaro” che portava li “ciarlitieddi e li mummulieddi” contenitori in terra cotta dove si conservava l’acqua che veniva travasata dai varrili di legno che Rusina portava pazientemente ed instancabilmente dalle festole. Ed i bambini, pensate un po , si animavano per questo, perché da piccoli venivano coinvolti a contribuire al sostentamento delle famiglia.
Mentre tutti questi pensieri-ricordi formavano un vortice che facevano girare la testa di zii peppo ecco arrivare zii Angelo.

Wee Pè, mo la salvamo a Rosina Toia.
Ed infatti in un attimo zii Angelo si “imposto” vicino ad uno scanno e con uno sforzo immane riuscì a sollevare da terra la ciuccia, tirandola per la coda e facendo leva con una pannola di legno. Rosina barcollò per un momento ma, poi si rimise saldamente sulle zampe e piano piano si avvio verso la stalla. Quella notte stessa, assistita da zii Peppe con l’intera famiglia e da zii Angelo la ciuccia “sgravò”, dando alla luce una bella “staccaredda”: Ngiulina, la futura nonna di Caterina.

 tempadelfico

Nota (4)
Peppe Tosone stava alla carpineta sotto gli aranci dietro l’attuale comune di Rofrano.
Mulini di Rofrano:
Localitaà Arenazza nel canalone del Carcillo, prendendo la strada per Alfano.
Mulino ad acqua sotto San Menale dei Cafaso-Puglia;
Mulino Commite e Milone che stava al Piano
A ponte faraone Mulino di Giuseppe di Fanciullo
In epoca successiva mulini elettrici di Govanni u mulinaro dietro il Burio
Mulino Puglia alla Pastena dove adesso c’è il furgiaro.
A pretajonda dal 50 al 57 mulino a cascata gestito dai Rofranesi Gaetano Puglia, Giovanni Valienzi e Giuseppe di Fanciulle
Mulino al Feo , sotto la Festola con rotone in ferro; costruito da Biase, la guardia di Angelara che aveva messo altri mulini alla Quarantana di Cannalonga. Tutti gli ingranaggi erano di castagna e quindi sono marciti mentre la ruota fu smontata per fare zappe e altri utensili; le pietre da macina si possono ancora vedere.

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